Parlar d’altro

1 giugno

Qui non parlo solo di ciò che coltivo nella terra, ma anche delle mie riflessioni e di come crescono i semi e le piante nella mia anima. In questo senso riporto questa mia riflessione.

Ieri sera, tornando dalla processione con Paola e Giorgia, ho vissuto un episodio sociologicamente interessante, istruttivo e comunque molto triste.

Vicino a casa mia, dietro il Carrefour, c’è una piazzetta con un angolo di giardinetto, e un’area recintata destinata ai bimbi, con dei giochi. I giochi sono quelli che si usa installare oggi, di legno e di corde, colorati ed elastici; non le solite giostrine e altalene ad alto rischio come eravamo abituati a vedere qualche decennio fa.

Occorre dire che io, di mio, avevo già un po’ le balle in giostra, indipendentemente dall’area gioco. Comunque: in piedi sui giochi un giovanottone grande e grosso, con la sua fidanzatina.
Io, con fare effettivamente un po sfottente, lo apostrofo: “Bel giovanotto, non pensi che per usare questi giochi ci sia un limite di età?” Ora: la pura teoria impressa nell’educazione (“firmware“) di quelli della mia età suggerirebbe che il discorso sarebbe potuto proseguire con un “Ha ragione, stavamo giocando un po’…” o qualcosa di simile. Invece…

Invece lo scambio di battute è proseguito in maniera surreale, con il ragazzone alto e barbuto che in sequenza mi ha spiegato:

  • che nessun cartello indica l’età limite per l’uso dei giochi [il buonsenso no, eh?]
  • che l’area non è chiusa [vero: è solo recintata all’altezza di 40 cm, non ci sono lucchetti cancelli o fossati]

  • che loro sono giovani, e anche felici come coppia, come ci ha tenuto a puntualizzare la fidanzata, un tipo maestrina
  • …e che io giovane non lo sono più, nè fuori nè, soprattutto, dentro
  • che i giochi reggono perfettamente il peso di un adulto. “Vogliamo fare una prova? Io sono un ingegnere meccanico!” [Allora si usa ancora il “Lei non sa chi sono io!”].

Il tutto unito all’invito a farmi i cazzi miei. Io ovviamente non mi son tirato indietro di fronte al dibattito, ma a un certo punto ho capito che cosa non andava. Io intendevo “Non è corretto usare queste attrezzature”, e loro invece “Non ci rompere i coglioni”.
Parlavano d’altro.
Le loro risposte erano su un piano diverso rispetto alle mie domande. Al mio “State sbagliando” la risposta era “Sei vecchio”, al mio appello al senso comune la risposta era “non ci sono cartelli di divieto, la recinzione non è chiusa”: ovvero si può fare tutto ciò che non sia esplicitamente vietato, e comunque sia il diritto alla privacy (“Fatti i cazzi tuoi”) prevale sul rispetto per gli altri e per le cose di tutti. Misuro e definisco io se ciò che faccio è giusto o sbagliato (“Sono un ingegnere, posso fare le prove”), e comunque se non ho argomenti attacco su un altro fronte, che non c’entra per niente (“Sei vecchio”).

Da notare che si trattava di due individui dell’apparente età di 25 anni, di razza bianca, decorosamente vestiti, che si esprimevano con proprietà di linguaggio, in un quartiere certo non assediato dalla malavita o dalla microcriminalità.

Non dirò che si tratti di Berlusconismo: preferisco parlare di Ogeisimpsonismo (da O.J. Simpson, arrestato praticamente in flagranza di reato per l’assassinio della ex moglie e del suo compagno, e clamorosamente assolto avendo sempre negato tutto, anche l’evidenza più palese). Sta di fatto che oggi ammettere “Ho sbagliato, è vero” può esser considerato l’atteggiamento più stupido che si possa adottare.

Purtroppo se ne vedono numerosi esempi nella vita pubblica. E anche nelle vite private.

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5 Responses to Parlar d’altro

  1. teresa ha detto:

    che strano, quel “razza bianca” mi è suonato stonato… (anche se capisco benissimo cosa intendi)

    Buon proseguimento!

    • Paolo Moretto ha detto:

      Era assolutamente ironico, Teresa. L’accoglienza e la tolleranza sono per me valori forti, così come la responsabilità e – se mi passi il brutto psicotermine – l’adultità. Grazie di cuore del tuo commento.
      Paolo

  2. laure ha detto:

    Anch’io ho trovato un po’ strano quel “razza bianca”, ma ho pensato alla vacche…… e non alla famosa razza….cmq cerchiamo di non dimenticare che siamo tutti fratelli .
    Molto eloquente la foto scattata dall’amico fotografo di Paolo, mi ricorda un po’ Susan Sontag nel libro “Davanti al dolore degli altri”; se non l’avete letto provatelo perchè aiuta veramente a non perdere la capacità di mantenere sempre viva l’attenzione su ciò che l’essere umano è capaca di fare. Salut et a bientot

  3. Pingback: Razza bianca « L'incantevole orto di Paolo

  4. orticellobello ha detto:

    gli appelli al buon senso suonano sempre un po’ strani, di questi tempi. Io mi consolo sempre sperando che per due così ce ne sia almeno mezzo venuto su un po’ meglio..

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